lunedì 14 marzo 2011

Nuclear evolution


Leggo su http://www.enea.it/focus-fissione-nucleare/sicurezza.html, sito web dell'Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile: "[...] in ogni impianto vi sono almeno quattro successive barriere interposte fra la sorgente di radioattività (il cosiddetto "nocciolo del reattore" dove avvengono le reazioni nucleari) e l'ambiente esterno. Partendo dall'esterno, si hanno: l'edificio di contenimento, il circuito di raffreddamento del nocciolo, la guaina in cui è contenuto il combustibile nucleare, il materiale solido che costituisce il combustibile nucleare stesso. L'edificio di contenimento serve per proteggere l'ambiente in caso di incidente con rilascio di prodotti radioattivi, sia per proteggere l'impianto in caso di eventi naturali estremi o di attentati terroristici". Tenendo a mente quanto citato e ripercorrendo brevemente i momenti cruciali dell'emergenza nucleare seguita alla catastrofe naturale, il 12 marzo, al terremoto è seguito l'arresto automatico, come da procedura di sicurezza, dei reattori operativi della centrale nucleare di Fukushima Daiichi. Tuttavia, il sistema di raffreddamento in assenza di elettricità (dovuta alle critiche condizioni in cui versa il Giappone ora) non era operativo e la pressione di vapore interno al nocciolo del reattore è aumentata superando quella dei compressori speciali d'emergenza che servono a pompare acqua fredda dentro al reattore. L'unico modo per contenere il surriscaldamento del reattore era alleggerire la pressione interna. L'autorità nucleare ha autorizzato lo scarico di vapore radioattivo che, all'apertura di una valvola di sfiato, si è decomposto nei suoi due elementi di base, idrogeno ed ossigeno, provocando un'esplosione che ha mandato in frantumi una gabbia di contenimento. Lo stesso fenomeno si è ripetuto nella giornata di oggi con la seconda esplosione al reattore n. 3. Una volta alleggerita la pressione interna al nocciolo del reattore, acqua di mare mescolata a boro è stata pompata per rallentare la reazione nucleare. E' bene ricordare che nei reattori nucleari debba sempre essere presente un livello di acqua sufficiente a coprire gli elementi di combustibile. Diversamente, il calore che si genera nel combustibile potrebbe innescare  una reazione a catena fino tale da condurre alla fusione, parziale o totale, del combustibile (per approfondimenti segnalo: How a Reactor Shuts Down and What Happens in a Meltdown; http://www.nytimes.com/interactive/2011/03/12/world/asia/the-explosion-at-the-japanese-reactor.html?ref=asia).  Nel reattore n. 2 le barre di combustibile nucleare sono totalmente esposte e "fuori" dal liquido di raffreddamento, rendendo concreta l'attuazione dello stesso procedimento posto in essere per i reattori n. 1 e 3 (a cui è seguita l'esplosione). Il premier Naoto Kan ha rassicurato che non ci sarebbe stata "un'altra Chernobyl", pur ammettendo una perdita di materiale radioattivo seguita a una parziale fusione dell'uranio ( A Look at the Mechanics of Partial Metldown; http://www.nytimes.com/2011/03/14/science/earth/14meltdown.html?ref=japan). Risulta, tuttavia, difficilmente stimabile l'ipotetica entità dei danni derivanti dalla fuga radioattiva (Danger Posed by Radioactivity in Japan Hard to Assesshttp://www.nytimes.com/2011/03/13/science/13radiation.html?ref=japan). 

venerdì 11 marzo 2011

Donnez du courage pour lutter contre la faim. L'umanamente scorretto nella pubblicità.


La creazione di immagini non è un processo neutrale, ma il risultato di un divenire culturale e può rappresentare un potenziale pericolo per la comprensione interculturale.  Donnez du courage pour lutter contre la faim. Implicitamente, donnez de l'argent contre la faim. Solo un arido deserto intorno, senza acqua, terra asciugata dal sole che non offre nessuna prospettiva a quest'uomo. Condannato a ricevere l'aiuto altrui per poter sopravvivere. 






sabato 5 marzo 2011

Storie di ordinaria corruzione in terra afgana


C’è una terra dove l’estorsione, l’appropriazione indebita, l’abuso di potere sono la regola, l’onesto funzionario pubblico l’eccezione. In questa terra di nome Afghanistan la corruzione si nutre d’illegalità diffusa, traffici illeciti - la droga al primo posto - e si auto-alimenta di povertà e mancanza di alternative. Nel corso dei decenni  l’Afghanistan si è trasformato in una zona di passaggio obbligata, lungo la via della Seta, per il traffico di droga, armi, esseri umani, per diverse ragioni. La configurazione stessa dello Stato afgano, in primo luogo, radicata nella pluralità di etnie che lo caratterizzano; la porosità dei confini; lo scarso controllo del territorio da parte del Governo di Kabul.
“Ask an Afghan what is the biggest challenge confronting Afghanistan and the answer will be corruption”. Parole che l’ex direttore di UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime), Antonia Maria Costa, scrive nella prefazione di “Corruption in Afghanistan-Bribery as reported by the victims” (http://www.unodc.org/documents/data-and-analysis/Afghanistan/Afghanistan-corruption-survey2010-Eng.pdf). Il rapporto, pubblicato nel gennaio 2010, individua la ragione alla base della diffusione endemica della corruzione: in un paese, l’Afganistan, dove il cibo e l’educazione primaria non sono ancora un basic need di tutti, la corruzione è strumentale alla sopravvivenza.  Il 52 % degli afgani ha dovuto pagare per ottenere un servizio pubblico di base, un corrotto funzionario pubblico negli ultimi 12 mesi e in media, una tangente è di circa 160 $ - in un paese in cui il reddito procapite annuo raggiunge i 425 $. La corruzione si concentra maggiormente nel settore giudiziario, doganale e nella polizia. Nel 2009, la spesa per corruzione si è aggirata intorno ai 2,5 milioni di $, equivalente al 23 % del PIL. Curiosamente, il traffico di droga contribuisce per la stessa percentuale al PIL nazionale (2,8 milioni di $). In altre parole, metà del PIL afgano deriva da droga e corruzione.
Gli ultimi fatti di cronaca sembrano confermare questo andazzo. Lo scorso agosto il governo ha chiesto le dimissioni di Mr. Farnood e Mr. Frozi, rispettivamente Presidente e Amministratore Delegato della Kabul Bank, sull’orlo del fallimento a causa di impegni finanziari per 300 milioni di $ che non era in grado di rispettare. Tale somma, già di molto superiore agli assets della banca, investita per la maggior parte in immobili di lusso a Dubai o finita nelle mani di politici corrotti, ha raggiunto il mese scorso i 900 milioni di $, come ha riportato il New York Times (http://www.nytimes.com/2011/01/31/world/asia/31kabul.html). Nonostante, le prime misure di salvataggio (la Banca Centrale dell’Afghanistan ha assunto il controllo della Kabul Bank dal settembre 2010,  per evitare un colpo mortale al già “traballante” sistema finanziario afgano,) i clienti hanno preso d’assalto gli sportelli della banca per ritirare i loro soldi. È importante sottolineare come la banca in questione e il suo Presidente, Mr. Farnood, sono al cuore del nesso tra politica ed economia nella fragile ricostruzione afgana: principale sostenitore della campagna elettorale dello scorso anno, la Kabul Bank ha fornito milioni di $ per la rielezione dello stesso Karzai e Mr. Frozi –indagato per corruzione- ha ricoperto la carica di  consigliere personale di Karzai in periodo elettorale. Il secondo governo Karzai, già sotto accusa per brogli elettorali (http://www.youtube.com/watch?v=sITk_rO8taw), perde di credibilità alla luce delle ultime rivelazioni circa le sorti della Kabul Bank.