C’è una terra dove l’estorsione, l’appropriazione indebita, l’abuso di potere sono la regola, l’onesto funzionario pubblico l’eccezione. In questa terra di nome Afghanistan la corruzione si nutre d’illegalità diffusa, traffici illeciti - la droga al primo posto - e si auto-alimenta di povertà e mancanza di alternative. Nel corso dei decenni l’Afghanistan si è trasformato in una zona di passaggio obbligata, lungo la via della Seta, per il traffico di droga, armi, esseri umani, per diverse ragioni. La configurazione stessa dello Stato afgano, in primo luogo, radicata nella pluralità di etnie che lo caratterizzano; la porosità dei confini; lo scarso controllo del territorio da parte del Governo di Kabul.
“Ask an Afghan what is the biggest challenge confronting Afghanistan and the answer will be corruption”. Parole che l’ex direttore di UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime), Antonia Maria Costa, scrive nella prefazione di “Corruption in Afghanistan-Bribery as reported by the victims” (http://www.unodc.org/documents/data-and-analysis/Afghanistan/Afghanistan-corruption-survey2010-Eng.pdf). Il rapporto, pubblicato nel gennaio 2010, individua la ragione alla base della diffusione endemica della corruzione: in un paese, l’Afganistan, dove il cibo e l’educazione primaria non sono ancora un basic need di tutti, la corruzione è strumentale alla sopravvivenza. Il 52 % degli afgani ha dovuto pagare per ottenere un servizio pubblico di base, un corrotto funzionario pubblico negli ultimi 12 mesi e in media, una tangente è di circa 160 $ - in un paese in cui il reddito procapite annuo raggiunge i 425 $. La corruzione si concentra maggiormente nel settore giudiziario, doganale e nella polizia. Nel 2009, la spesa per corruzione si è aggirata intorno ai 2,5 milioni di $, equivalente al 23 % del PIL. Curiosamente, il traffico di droga contribuisce per la stessa percentuale al PIL nazionale (2,8 milioni di $). In altre parole, metà del PIL afgano deriva da droga e corruzione.
Gli ultimi fatti di cronaca sembrano confermare questo andazzo. Lo scorso agosto il governo ha chiesto le dimissioni di Mr. Farnood e Mr. Frozi, rispettivamente Presidente e Amministratore Delegato della Kabul Bank, sull’orlo del fallimento a causa di impegni finanziari per 300 milioni di $ che non era in grado di rispettare. Tale somma, già di molto superiore agli assets della banca, investita per la maggior parte in immobili di lusso a Dubai o finita nelle mani di politici corrotti, ha raggiunto il mese scorso i 900 milioni di $, come ha riportato il New York Times (http://www.nytimes.com/2011/01/31/world/asia/31kabul.html). Nonostante, le prime misure di salvataggio (la Banca Centrale dell’Afghanistan ha assunto il controllo della Kabul Bank dal settembre 2010, per evitare un colpo mortale al già “traballante” sistema finanziario afgano,) i clienti hanno preso d’assalto gli sportelli della banca per ritirare i loro soldi. È importante sottolineare come la banca in questione e il suo Presidente, Mr. Farnood, sono al cuore del nesso tra politica ed economia nella fragile ricostruzione afgana: principale sostenitore della campagna elettorale dello scorso anno, la Kabul Bank ha fornito milioni di $ per la rielezione dello stesso Karzai e Mr. Frozi –indagato per corruzione- ha ricoperto la carica di consigliere personale di Karzai in periodo elettorale. Il secondo governo Karzai, già sotto accusa per brogli elettorali (http://www.youtube.com/watch?v=sITk_rO8taw), perde di credibilità alla luce delle ultime rivelazioni circa le sorti della Kabul Bank.
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